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Patriarchi e profeti - Contents
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    Capitolo 38: Il viaggio intorno a Edom

    Kades, il luogo in cui si erano accampati gli israeliti, si trovava vicino al confine con Edom. Tutti gli israeliti, e Mosè stesso, erano ansiosi di attraversare questo paese per raggiungere la terra promessa, secondo quanto ordinato da Dio. Così inviarono un messaggio al re edomita: “...Così dice Israele tuo fratello: tu sai tutte le tribolazioni che ci sono avvenute: come i nostri padri scesero in Egitto e noi in Egitto dimorammo per lungo tempo e gli Egiziani maltrattarono noi e i nostri padri. E noi gridammo all’Eterno ed Egli udì la nostra voce e mandò un angelo e ci fece uscire dall’Egitto; ed eccoci ora in Kades, che è città agli estremi tuoi confini. Deh, lasciaci passare per il tuo paese; noi non passeremo né per campi né per vigne, e non berremo l’acqua dei pozzi; seguiremo la strada pubblica senza deviare né a destra né a sinistra finché abbiamo oltrepassato i tuoi confini”. Numeri 20:14-20.PP 356.1

    A questa cortese richiesta il re di Edom oppose un rifiuto minaccioso: “...Tu non passerai sul mio territorio; altrimenti, ti verrò contro con la spada”. Numeri 20:18.PP 356.2

    Sorpresi, i capi d’Israele inviarono al re una seconda richiesta con questa promessa: “Noi saliremo per la strada maestra; e se noi e il nostro bestiame berremo dell’acqua tua, te la pagheremo; lasciaci semplicemente transitare a piedi”. Numeri 20:19.PP 356.3

    “Non passerai!” fu la risposta. Bande armate di edomiti si erano già appostate nei passi strategici, rendendo impossibile l’avanzata pacifica in qualsiasi direzione; dato che agli ebrei era stato proibito di ricorrere alle armi, dovettero compiere un lungo giro intorno all’Idumea.PP 356.4

    Poco prima gli israeliti si erano trovati di fronte a una prova: erano rimasti privi di acqua. Se in quell’occasione essi avessero dimostrato di avere fede, Gesù stesso li avrebbe guidati attraverso l’Idumea. Gli abitanti del paese, terrorizzati dal passaggio d’Israele, si sarebbero dimostrati amichevoli, e non ostili. Ma gli ebrei non erano stati disposti a credere immediatamente nell’intervento di Dio, e così mentre si lamentavano e protestavano persero un’opportunità irripetibile. Quando alla fine decisero di presentare la loro richiesta al re di Edom, ricevettero un rifiuto. Fin dalla partenza d’Israele dall’Egitto Satana aveva creato ostacoli e incertezze, per impedire che entrasse in possesso della terra di Canaan. Il popolo, d’altra parte, non aveva opposto grandi resistenze a quest’opera distruttiva, contribuendo anzi a ostacolare il progetto di Dio con la propria mancanza di fede.PP 356.5

    È importante credere nelle parole di Dio e agire di conseguenza, prontamente, finché gli angeli attendono di operare in nostro favore. Gli agenti di Satana sono pronti a opporsi a ogni nostro progresso. Quando Dio ci chiede di andare avanti, perché ha in mente il nostro bene ed è pronto a fare grandi cose per noi, Satana si sforza di suscitare esitazioni e ritardi per creare le condizioni adatte per le contestazioni, la sfiducia e le divisioni. In questo modo, molti perdono le benedizioni che il Signore vorrebbe accordare loro. I credenti devono essere sempre pronti ad agire ogni volta che Dio offre loro una possibilità. Qualsiasi indecisione assicura a Satana una via per esercitare il suo influsso.PP 357.1

    Quando Dio diede a Mosè le direttive per attraversare l’Idumea, dichiarò che gli edomiti avrebbero avuto paura degli israeliti e proibì a questi ultimi di approfittare dell’occasione per colpire la popolazione del luogo. Il Signore sarebbe intervenuto per proteggere il suo popolo: gli abitanti di quella regione, terrorizzati dal potere divino, sarebbero stati una facile preda. Tuttavia, Dio proibì agli israeliti qualsiasi forma di aggressione: “State... quindi bene in guardia; non movete lor guerra, poiché del loro paese io non vi darò neppur quanto ne può calcare un piede, giacché ho dato il monte di Seir a Esaù, come sua proprietà”. Deuteronomio 2:4, 5. Gli edomiti erano discendenti di Abramo e Isacco; per amore di questi due uomini fedeli, Dio aveva protetto anche i discendenti di Esaù, assegnando loro la terra intorno al monte Seir. Il popolo di Edom non sarebbe stato allontanato da quel paese finché non fosse diventato così corrotto da superare ogni limite. Gli ebrei dovevano occupare Canaan e sterminarne tutti gli abitanti, perché la corruzione di quelle popolazioni aveva ormai raggiunto livelli intollerabili. I discendenti di Esaù, invece, erano ancora oggetto della grazia divina e meritavano di essere trattati con misericordia. Dio ama essere generoso e manifesta a lungo la sua bontà, prima di formulare un giudizio di condanna definitiva. Prima di ordinare agli ebrei la distruzione degli abitanti di Canaan, insegnò loro a risparmiare gli edomiti.PP 357.2

    Siccome gli antenati dei due popoli erano fratelli, fra loro dovevano esistere relazioni amichevoli. Per questo motivo, agli israeliti fu vietato anche in futuro di vendicarsi per l’affronto subito con il rifiuto del permesso di attraversare Edom. Israele non poteva rivendicare alcun diritto di conquista su quel paese: benché fosse il popolo scelto e protetto da Dio, era tenuto a sottomettersi alle limitazioni che Egli presentava. Il Signore aveva promesso agli ebrei una ricca eredità ma ciò non significava che i loro diritti erano al di sopra di quelli di tutti gli altri popoli, né li autorizzava a occupare qualsiasi territorio. Nei confronti degli edomiti non doveva essere commessa alcuna ingiustizia; gli israeliti avrebbero instaurato con loro rapporti di scambio, pagando immediatamente le merci, al prezzo stabilito. Nel dare queste istruzioni, Dio aggiunse un incoraggiamento alla fede e un invito all’ubbidienza, ricordando al popolo: “L’Eterno, il tuo Dio, ti ha benedetto... e non t’è mancato nulla”. Deuteronomio 2:7. La sopravvivenza d’Israele non dipendeva dagli edomiti: grazie al sostegno divino, gli ebrei potevano contare su grandi risorse. Essi non dovevano tentare di ottenere alcuna cosa con la forza o con l’inganno: in ogni relazione, dovevano sempre cercare di mettere in pratica il principio divino: “Amerai il tuo prossimo come te stesso”.PP 357.3

    Se gli israeliti avessero attraversato l’Idumea seguendo le istruzioni divine, oltre ad averne un vantaggio per loro stessi, avrebbero potuto offrire agli edomiti l’opportunità di entrare in rapporti amichevoli con il popolo a cui il Signore si era rivelato. In questo modo, essi avrebbero potuto constatare come il Dio di Giacobbe aveva benedetto coloro che lo amavano e lo rispettavano. Ma l’incredulità degli israeliti impedì che ciò si realizzasse. Quando avevano protestato, Dio aveva loro fornito l’acqua: in seguito, tuttavia, Egli permise che quell’atto di sfiducia maturasse le sue conseguenze. Essi avrebbero dovuto attraversare ancora una volta il deserto e dissetarsi alla fonte miracolosa di cui non avrebbero avuto più bisogno, se avessero avuto fede nel Signore.PP 358.1

    Le colonne degli israeliti si mossero di nuovo verso sud, affrontando le distese desertiche. Dopo la visione delle colline e delle valli verdeggianti di Edom, quelle terre sembravano ancora più desolate. Il deserto era delimitato da una catena montuosa, lungo la quale sorgeva il monte Hor. Quella cima sarebbe stata il luogo della morte e della sepoltura di Aronne. Quando gli israeliti giunsero ai piedi della montagna, Mosè ricevette da Dio questo ordine: “Prendi Aronne ed Eleazar suo figliuolo e falli salire sul monte Hor. Spoglia Aronne de’ suoi paramenti, e rivestine Eleazar suo figliuolo; quivi Aronne sarà raccolto presso il suo popolo, e morrà”. Numeri 20:25, 26.PP 358.2

    I due fratelli salirono a fatica lungo i fianchi dell’alta montagna, accompagnati dal giovane Eleazar. Mosè e Aronne avevano ormai centovent’anni: i loro capelli erano bianchi come la neve. Avevano vissuto una vita lunga e intensa, caratterizzata dalle prove più dure e dai più alti onori che potessero capitare a degli esseri umani. Erano uomini estremamente dotati: le loro capacità si erano sviluppate, moltiplicate e affinate per il continuo contatto con l’Essere infinito. Per tutta la vita erano stati strumenti di Dio al servizio dei propri simili; nell’espressione dei loro volti traspariva con evidenza una grande forza intellettuale, fermezza e nobiltà di intenti e profondi sentimenti.PP 358.3

    Per molti anni Mosè e Aronne avevano portato insieme il peso delle preoccupazioni e della fatica. Avevano affrontato i numerosi pericoli che si erano presentati e avevano condiviso grandi benedizioni divine. Tuttavia, era giunto il momento di separarsi. Camminavano lentamente, perché ogni momento che rimaneva loro da vivere era prezioso. Il sentiero era scosceso e faticoso, e spesso i due fratelli si fermarono a riposare, intrattenendosi a parlare del passato e del futuro. Davanti a loro, a perdita d’occhio, si estendeva il deserto in cui avevano vagato così a lungo; la pianura sottostante era occupata dalle innumerevoli tende degli israeliti. Alla felicità di quel popolo Mosè e Aronne avevano dedicato la maggior parte della vita: questo era stato il loro obiettivo più importante, e per raggiungerlo avevano compiuto grandi sacrifici. Laggiù, oltre le montagne di Edom, vi era la strada che conduceva alla terra promessa. I due fratelli non avrebbero mai gioito della bellezza di quel paese. Non provavano alcun sentimento di ribellione: nel loro ultimo colloquio non vi fu alcun accenno di protesta. Eppure, al pensiero di ciò che li aveva privati dell’eredità dei loro padri, sul volto di Mosè e Aronne si posò l’ombra di una profonda tristezza.PP 359.1

    Aronne aveva concluso la sua opera per Israele. Quarant’anni prima, quando ne aveva ottantatré, Dio lo aveva chiamato ad aiutare Mosè nella sua grande e importante missione. Aveva collaborato con suo fratello per liberare Israele dalla schiavitù dell’Egitto; aveva sorretto le mani del grande condottiero quando il loro esercito aveva attaccato gli amalechiti. Aveva avuto il privilegio di salire sul Sinai e avvicinarsi a Dio per contemplarne la gloria. Il Signore aveva conferito ad Aronne e ai suoi discendenti la funzione sacerdotale, e lo aveva onorato consacrandolo solennemente come sommo sacerdote. Una terribile manifestazione di condanna da parte di Dio si era abbattuta su Kore e i suoi compagni, confermando il diritto di Aronne a rivestire quell’incarico; solo per intercessione del sommo sacerdote quel flagello si era arrestato. Quando due suoi figli furono uccisi per aver trasgredito un esplicito ordine di Dio, egli non protestò e non si lamentò. Tuttavia il racconto di questa vita esemplare contiene anche episodi riprovevoli. Aronne commise alcuni gravi errori. Al Sinai, cedette alle pressioni del popolo e accettò di forgiare il vitello d’oro; inoltre, condivise l’invidia e le proteste di Maria contro Mosè. Infine, offese il Signore a Kades, unendosi a suo fratello nel disubbidire all’ordine di Dio di parlare alla roccia per farne sgorgare l’acqua.PP 359.2

    Nelle intenzioni di Dio, Mosè e Aronne dovevano rappresentare il Cristo. Aronne portava i nomi delle tribù d’Israele sul pettorale dell’abito sacerdotale ed era il portavoce del Signore per il popolo. Quando entrava nel luogo santissimo del santuario, nel gran giorno dell’Espiazione, egli era l’intermediario tra Dio e Israele, attraverso il sangue della vittima sacrificale. Dopo aver compiuto il rito, usciva e si presentava al popolo riunito in attesa intorno al tabernacolo e lo benediceva. La solenne sacralità del ruolo di Aronne, che rappresentava il Cristo stesso, il supremo Sommo Sacerdote, rese ancora più grave il suo errore a Kades.PP 360.1

    Con profonda tristezza, Mosè spogliò suo fratello dei paramenti sacri e li pose su Eleazar, che Dio aveva scelto come successore di Aronne. La colpa commessa a Kades privò l’anziano sommo sacerdote del privilegio di officiare le funzioni sacre in Canaan. Così, egli non poté offrire il primo sacrificio nella terra promessa per consacrare l’eredità d’Israele. Mosè stesso avrebbe continuato a portare la pesante responsabilità di guida del popolo fino ai confini della terra di Canaan: avrebbe visto la terra promessa, ma non vi sarebbe entrato. Come sarebbe stato diverso il destino di questi due uomini fedeli, se avessero superato senza recriminazioni la prova che li attendeva alla roccia di Kades! Una cattiva azione non può mai essere annullata. A volte un’intera esistenza non è sufficiente a recuperare ciò che si è perso in un momento di tentazione o di leggerezza.PP 360.2

    Durante l’assenza di Mosè, Aronne ed Eleazar — era noto che quest’ultimo fosse destinato a succedere al padre nel sacerdozio — nell’accampamento si diffuse un clima di apprensione e ansiosa attesa. Osservando la popolazione israelita, risultava ormai evidente che quasi tutte le persone adulte uscite dall’Egitto erano morte nel deserto. Tutti sentirono un triste presentimento, al ricordo della condanna pronunciata da Dio contro Mosè e Aronne. Alcuni conoscevano il motivo del viaggio misterioso verso la cima del monte Hor: il pensiero delle amare vicende del passato e il senso di colpa resero ancora più profonda la loro inquietudine. Finalmente scorsero in lontananza Mosè ed Eleazar che scendevano lentamente dalla montagna: Aronne non era con loro. Eleazar indossava i paramenti sacerdotali: dunque era avvenuta la successione nell’incarico di sommo sacerdote. Con profonda tristezza, gli israeliti si strinsero intorno a Mosè, ed egli annunciò che Aronne era morto tra le sue braccia sul monte Hor, dove era stato sepolto. Allora la folla proruppe in pianti e lamenti, perché tutti gli israeliti, pur avendolo così spesso rattristato, amavano Aronne. “Tutta la casa d’Israele lo pianse per trenta giorni”. Numeri 20:29.PP 360.3

    Le Scritture ricordano la morte di Aronne con queste semplici parole: “Quivi morì Aaronne, e quivi fu sepolto”. Deuteronomio 10:6. Esiste un forte contrasto tra le abitudini odierne, riguardo ai funerali, e gli scarni accenni della Bibbia sulla sepoltura di Aronne, eseguita secondo un esplicito ordine di Dio. Le cerimonie funebri di oggi, specialmente quelle celebrate per persone di alta posizione sociale, spesso diventano uno spettacolo di stravaganza e ostentazione. Quando morì Aronne, uno degli uomini più illustri di tutti i tempi, solo i più intimi assistettero al trapasso: furono essi a seppellirlo. Quella tomba solitaria, sul monte Hor, fu nascosta per sempre agli occhi degli israeliti. Dio non è onorato dall’ostentazione e dalla grandiosità che così spesso contraddistinguono le cerimonie per i defunti.PP 361.1

    Tutto il popolo fece cordoglio per Aronne, ma nessuno avvertì, come Mosè, in maniera così acuta, la sua perdita. La morte del fratello gli ricordava che anche la sua fine era vicina; Mosè sopravvisse di poco ad Aronne, ma in quel breve periodo sentì profondamente la mancanza del fedele compagno. Con lui aveva condiviso gioie e tristezze, speranze e timori per molti anni. Ora Mosè doveva continuare la sua opera da solo. Sapeva di poter contare su Dio il suo più grande amico. Dopo la morte di Aronne, egli confidò nel Signore ancora più che in passato.PP 361.2

    Subito dopo aver lasciato il monte Hor, gli israeliti furono sconfitti in battaglia da Arad, un re cananeo. In seguito alla disfatta, essi chiesero sinceramente l’aiuto di Dio e riuscirono a sconfiggere i nemici. Tuttavia la vittoria non rese gli ebrei riconoscenti nei confronti di Dio, né li indusse a comprendere l’importanza dell’aiuto divino: il successo li rese orgogliosi e si convinsero di poter fare da soli. Ben presto ricaddero nel vecchio vizio di lamentarsi. Il loro malcontento nasceva dal fatto che quarant’anni prima non era stato permesso a Israele di procedere verso Canaan, in seguito alla ribellione provocata dal rapporto degli esploratori. Gli israeliti consideravano la lunga permanenza nel deserto un inutile ritardo: la facile vittoria contro Arad li aveva indotti a ritenere che in passato avrebbero potuto ottenere lo stesso esito.PP 361.3

    Continuando la marcia verso sud, entrarono in una valle calda e sabbiosa, priva di ombra e vegetazione. La strada appariva lunga e difficile e il popolo era stanco e assetato. Ancora una volta gli ebrei non furono in grado di affrontare un momento difficile con un atteggiamento fiducioso e paziente. Essi continuavano a vedere solo gli aspetti negativi della loro esperienza, e diventarono sempre più indifferenti alla bontà di Dio. Avevano dimenticato che il duro viaggio intorno all’Idumea era una conseguenza della protesta scoppiata a Kades, quando il rifornimento d’acqua era cessato. I piani che il Signore aveva per loro prevedevano realtà migliori. Avrebbero dovuto dimostrarsi grati per essere stati puniti in maniera così lieve; invece s’illudevano, pensando che se Dio e Mosè non fossero intervenuti, Israele avrebbe già preso possesso della terra promessa. Con i loro errori, gli ebrei avevano reso il proprio destino molto più duro di quanto il Signore avrebbe voluto: eppure, essi attribuivano a lui la responsabilità di ogni evento negativo. Nutrivano nei confronti di Dio un profondo rancore per il modo in cui li aveva trattati, e infine trovarono motivi per essere scontenti di tutto. Il genere di vita che avevano condotto in Egitto finì per sembrare loro più felice e attraente della libertà e del possesso della terra promessa.PP 361.4

    Il malcontento degli israeliti era ormai così profondo che avevano da ridire perfino sulle benedizioni che Dio aveva offerto loro. “E il popolo parlò contro Dio e contro Mosè, dicendo: Perché ci avete fatti salire fuori d’Egitto per farci morire in questo deserto? Poiché qui non c’è né pane né acqua, e l’anima nostra è nauseata di questo cibo tanto leggero”. Deuteronomio 21:5.PP 362.1

    Con grande onestà, Mosè presentò agli israeliti il loro grave errore. Solo grazie all’intervento di Dio Israele era sopravvissuto in quel “grande e terribile deserto, pieno di serpenti ardenti e di scorpioni, terra arida, senza acqua...”. Deuteronomio 8:15. Per amore, il Signore aveva protetto il suo popolo ogni giorno, durante il pellegrinaggio nel deserto, intervenendo in modo miracoloso. Sempre, lungo la strada in cui Dio li aveva guidati, gli ebrei avevano trovato acqua per soddisfare la loro sete, pane dal cielo per nutrirsi, pace e sicurezza di giorno sotto la nuvola, e di notte presso la colonna di fuoco. Quando si arrampicavano sulle rocce e percorrevano gli infuocati sentieri del deserto, gli angeli erano stati al loro fianco. Nonostante le difficoltà affrontate, fra le file non c’era un solo malato. Durante quella lunga marcia i loro piedi non si erano mai gonfiati e i loro abiti non si erano consumati; Dio li aveva protetti dalle bestie feroci e dai rettili velenosi della foresta e del deserto. Se tutte queste manifestazioni di amore non erano state sufficienti a far tacere le proteste, il Signore avrebbe cessato di proteggere gli israeliti. In questo modo, forse, essi avrebbero apprezzato i privilegi di cui avevano goduto: allora si sarebbero rivolti di nuovo a Dio, umiliati e pentiti.PP 362.2

    Grazie all’intervento divino, gli ebrei non si erano mai accorti dei tanti pericoli che continuamente li avevano minacciati. Ingrati e scettici, avevano pensato di poter vincere anche la morte. Ma ora il Signore avrebbe permesso che fossero colpiti. I serpenti velenosi che infestavano il deserto, venivano chiamati “serpenti ardenti” per i terribili effetti che produceva il loro morso: una violenta infiammazione e una morte rapida. Quando la mano protettrice di Dio si allontanò dal popolo, moltissimi israeliti furono attaccati da questi rettili velenosi.PP 363.1

    L’accampamento cadde in preda al terrore e alla confusione. In quasi tutte le tende vi erano morti o moribondi; nessuno era al sicuro. Spesso il silenzio della notte era interrotto dalle urla strazianti di nuove vittime. Tutti erano impegnati nel soccorso dei sofferenti, o nell’ansioso tentativo di proteggere coloro che non erano stati ancora morsi. La gente non protestava più. Di fronte a quelle sofferenze, le difficoltà del passato sembravano del tutto trascurabili.PP 363.2

    Gli israeliti si umiliarono davanti a Dio e andarono da Mosè, supplicandolo di intervenire. Essi confessarono: “...Abbiamo peccato, perché abbiam parlato contro l’Eterno e contro te...”. Deuteronomio 8:7. Solo poco tempo prima lo avevano accusato di essere il loro peggiore nemico, la causa di tutti i problemi e di tutte le afflizioni. Tuttavia, perfino mentre muovevano queste accuse sapevano di avere torto; appena sopraggiungeva una difficoltà reale, si rivolgevano a Mosè come all’unica persona che poteva intercedere presso Dio in loro favore. Così essi gridarono: “...Prega l’Eterno che allontani da noi questi serpenti”. Deuteronomio 8:7.PP 363.3

    Mosè ricevette da Dio l’ordine di forgiare un serpente di rame simile a quelli che infestavano il campo, ed esporlo in alto, in modo che tutti potessero vederlo. Chiunque fosse stato morso dai serpenti velenosi, guardando quella scultura, sarebbe stato guarito. In breve tempo, la notizia di una possibilità di guarigione si diffuse rapidamente nell’accampamento. Molti israeliti erano già morti, e quando Mosè issò il serpente in cima a un palo, alcuni non vollero credere che un semplice sguardo rivolto verso quell’immagine di metallo li avrebbe guariti. Queste persone morirono a causa del loro scetticismo.PP 363.4

    Tuttavia, la maggior parte del popolo credette nel rimedio che Dio aveva indicato. Padri, madri, fratelli, sorelle si impegnarono nell’ansioso tentativo di aiutare gli amici sofferenti e agonizzanti a fissare lo sguardo ormai spento sul serpente. Quanti avrebbero guardato anche una sola volta il serpente, pur essendo ormai indeboliti o morenti, sarebbero stati completamente guariti.PP 363.5

    Gli israeliti sapevano bene che il serpente di rame non aveva il potere intrinseco di guarire coloro che lo guardavano: la guarigione veniva solo dalla fede in Dio. Con grande saggezza, Egli aveva scelto questo semplice mezzo per manifestare la sua potenza e per ricordare al popolo che quelle sofferenze erano una conseguenza della trasgressione. Gli ebrei dovevano confidare nel fatto che se avessero ubbidito a Dio non avrebbero avuto nessun motivo di temere, perché Egli li avrebbe protetti.PP 364.1

    Questo episodio costituisce una lezione importante. Nessuno poteva contrastare gli effetti del veleno: solo Dio aveva il potere di guarire. Gli israeliti dovevano semplicemente dimostrare di aver fiducia nel rimedio indicato dal Signore: uno sguardo verso il serpente sarebbe stato sufficiente a salvarli. Guardare l’immagine di rame era un atto di fede che Dio avrebbe accettato. Gli ebrei sapevano che il serpente non aveva nessun potere miracoloso: era un simbolo del Cristo. Nel gesto con cui avveniva la guarigione era rappresentata concretamente la necessità di avere fede nel valore del sacrificio del Figlio di Dio. Prima di allora, molti avevano portato le loro offerte a Dio perché convinti che quel rituale costituisse di per sé un’espiazione delle colpe: non avevano mai creduto nel Redentore futuro, di cui le offerte erano un simbolo. Il Signore voleva ora insegnare che le offerte, così come il serpente di rame, non avevano nessuna virtù intrinseca: erano solo un mezzo per rivolgere le loro menti verso il Cristo, il grande sacrificio offerto per il peccato.PP 364.2

    “Come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che il Figliuol dell’uomo sia innalzato, affinché... chiunque crede in Lui non perisca, ma abbia vita eterna”. Giovanni 3:14, 15. Tutti gli uomini che sono vissuti sulla terra hanno ricevuto il morso letale del “serpente antico, che è chiamato Diavolo e Satana”. Apocalisse 12:9. Le tragiche conseguenze del male possono essere sanate dal rimedio che Dio ha indicato. Gli israeliti si salvarono rivolgendo lo sguardo verso il serpente, issato in alto: il loro era un atto di fede. Si salvarono perché credettero nelle parole di Dio ed ebbero fiducia nel rimedio che Egli aveva offerto per la loro guarigione. Allo stesso modo, chi ha sbagliato può cogliere l’esempio del Cristo e vivere: se avrà fede nel sacrificio liberatore di Gesù, sarà perdonato. A differenza del simbolo del serpente, che era inerte e privo di vita, il Cristo possiede in sé la potenza necessaria per guarire il colpevole pentito.PP 364.3

    Anche se il peccatore non può salvare se stesso, deve fare qualcosa per assicurarsi la salvezza. Infatti il Cristo dice: “Colui che viene a me io non lo caccerò fuori”. Giovanni 6:37. Dobbiamo andare verso di lui; quando ci pentiamo delle nostre colpe, dobbiamo credere che Egli ci accetta e ci perdona. La fede è un dono di Dio, ma noi possiamo svilupparla. Essa è la mano che permette all’uomo di afferrare la grazia e la misericordia che Dio offre.PP 364.4

    Solo la giustizia del Cristo può attribuirci il diritto di ricevere anche soltanto una delle benedizioni del patto di grazia. Molti le desiderano e cercano per anni di ottenerle, ma non le ricevono perché pensano di dover fare qualcosa per diventare degni di riceverle. Non vedono più lontano di se stessi, e non riescono ad affidarsi a Gesù, che può salvare ogni individuo. Non dobbiamo pensare che i nostri meriti ci salvino: la nostra speranza di salvezza è solo il Cristo. “E in nessun altro è la salvezza; poiché non v’è sotto il cielo alcun altro nome che sia stato dato agli uomini, per il quale noi abbiamo ad essere salvati”. Atti 4:12.PP 365.1

    Se abbiamo piena fiducia in Dio e ci affidiamo ai meriti di Gesù, il Salvatore che perdona i peccati, riceveremo tutto l’aiuto che desideriamo. Nessuno può pensare di salvarsi con le proprie forze. Il Cristo è morto per noi perché eravamo incapaci di farlo. Egli è il fondamento della nostra speranza: solo grazie a lui possiamo considerarci perdonati e imparare una nuova giustizia. Quando capiamo di essere colpevoli, non dobbiamo abbatterci e aver paura, come se non avessimo nessun Salvatore, e Gesù non provasse alcun sentimento di generosità per noi. Perfino in questo momento Dio ci sta invitando a rivolgerci a lui, con tutte le nostre debolezze, perché Egli ci possa salvare. Molti israeliti non vedevano alcuna possibilità di salvezza nel rimedio che Dio aveva offerto loro. Erano circondati da cadaveri e persone morenti: sapevano che senza l’intervento divino il loro destino sarebbe stato segnato. Tuttavia, continuarono a lamentarsi per le ferite, il dolore e la prospettiva di una morte sicura, finché persero completamente le forze. Il loro sguardo diventò vitreo e morirono pur avendo la possibilità di guarire in un istante. Se siamo consapevoli delle nostre debolezze non dovremmo sprecare le nostre energie per lamentarci, né abbandonarci allo scoraggiamento. Piuttosto, dovremmo fare assegnamento sui meriti di un Salvatore crocifisso e risorto, guardare al suo esempio e viverlo. Gesù ha promesso che salverà tutti coloro che vanno a lui. Milioni di persone bisognose di aiuto potranno respingere il sostegno del Cristo, ma Egli non abbandonerà alla morte chi ha fiducia nel suo potere. Molti non sono disposti ad accettare Gesù perché vorrebbero capire fino in fondo tutti i misteri del progetto di salvezza che Dio ha attuato per l’uomo. Essi rifiutano di affidarsi a Dio per fede, anche se sanno che migliaia di persone lo hanno fatto e hanno sperimentato nella propria vita l’influsso di Gesù, il Salvatore morto sulla croce.PP 365.2

    Altri vagano nei labirinti della filosofia, cercando ragioni e prove che non troveranno mai e respingono quelle che Dio ha voluto offrire agli uomini, rifiutando di camminare alla luce del Sole di giustizia prima di aver compreso le ragioni per cui risplende. Quanti si ostinano in questo atteggiamento non riusciranno a conoscere la verità. Dio non eliminerà mai tutti i motivi di dubbio, ma fornirà sempre prove sufficienti sulle quali fondare la fede. Se non le accettiamo, continueremo a non comprendere. Anche noi come coloro che erano stati morsi dal serpente, ci chiederemo se dobbiamo accettare il rimedio indicato da Dio. Lo sguardo della fede ci dà la vita. Guardiamo a Gesù. Questo è il nostro primo compito.PP 366.1

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